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È arrivato nelle sale, dal 31 marzo, il film Race – Il colore della vittoria, diretto da Stephen Hopkins e interpretato da Stephan James, Jason Sudeikis, Eli Goree, Shanice Banton, Carice Van Houten, Jeremy Irons, William Hurt, David Kross, Jonathan Higgins, Tony Curran. Forse nessuna Olimpiade espresse con tanta chiarezza il suo eroe incontrastato come quella di Berlino di Jessie Owens, protagonista della storia. Non quella di Parigi con Numi, non quella di Monaco con il nuotatore Mark Spitz. Tre medaglie d’oro nelle due gare di velocità e nella staffetta, una nel salto in lungo, ma soprattutto una dimostrazione di stile, di potenza, di assoluta facilità di vittoria, come un predestinato.

Resterà sempre il primo elemento di confronto, il segno di confine tra la realtà e la leggenda. Tra i miti che lo sport si crea per garantirsi una sua continuità nella umana avventura della Terra,  Jessie Owens, nero dell’Alabama, rimane uno dei più sicuri e indiscussi. E quando, dopo tanti anni, un biondo ariano dalla partenza veloce come il fulmine (Harmin Hary, il tedescovincitori dei 100m a Roma, nel ’60), dirà sprezzantemente ai giornalisti di non sapere chi egli sia, l’opinione mondiale si commuoverà, si indignerà: James Cleveland Owens non si tocca.

Nel linguaggio di sapore biblico così caro agli uomini della sua razza, egli abbe anche il suo day of days, i “dieci grandi” colleghi universitari del Middle West, l’università di Stato dell’Ohio presentò il suo jolly straordinario, il nero ventiduenne che solo in grazia delle sue doti di atleta aveva potuto essere avviato agli studi, essendo di famiglia povera.

In poco più di un’ora Owens aveva pareggiato un primato del mondo e ne aveva stabiliti altri cinque, tra i quali quello del salto in lungo, con un balzo impressionante di 8 metri e 13, 15 cm al di là del vecchio record del giapponese Nambu, 25 anni dopo. Fu allora che divenne lampo d’ebano, il più bello e il più duraturo, per quella sua qualità perfetta di invenzione e di fantasia, dei soprannomi che egli si portò dietro, insieme con “proiettile umano”, “proiettile dell’Ohio”, “antilope nera”.

L’epica e straordinaria storia del pluricampione del mondo, nato povero ma con doti sportive straordinarie, viene raccontata da Stephen Hopkins in un film che parla appunto di corsa, ma anche di razza, come esprime molto bene l’ambivalenza della parola inglese.

A Berlino nelle corse non ebbe rivali. Più dura fu la lotta nel salto in lungo, che per il valore dei risultati e per la drammaticità dell’aspra contesa si pone tra le più importanti delle varie Olimpiadi, accanto a quelle di Roma e di Città del Messico. Il 4 agosto scendevano in pista 16 uomini, che avevano superato il limite dei 7 e 15 per la qualificazione. Dopo una sofferta contesa, la vittoria è ormai di Owens, che deve però onorarla, deve raggiungere quelle regioni che sono esclusivamente sue, oltre il confine degli 8 metri, che nessuno ha ancora superato. Una rincorsa perfetta, uno stacco violento e agilissimo nel tempo stesso, uno scatto rabbioso delle reni prima della caduta. Il record non è battuto per un soffio: 8.06.

Dettagli prodotto

Materiale:
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Uno dei momenti più significativi del film, e della storia di Owens è il confronto con l’ariano Long. La leggenda, la storia, racconta di un atleta poco propenso a sposare la causa di Hitler. Morirà al fronte, in Sicilia. Fu Luz che rese possibile la mia vittoria nella finale del salto in lungo, – confiderà Owens  – Egli guardò al di là del colore della pelle e delle idee politiche, a ciò che io rappresentavo come uomo, e non domandò di più in contraccambio. E tramite i Giochi divenimmo presto amici, Hitler o non Hitler, Germania nazista o non Germania nazista, gara o non gara da vincere. Mi dette una di quelle battaglie come non ne avevo mai subite nella mia carriera sportiva, costringendomi ad arrivare al limite delle mie forze per vincere.  E quando feci il salto finale che doveva stabilire il primato mondiale, Luz Long fu il primo a correre e congratularsi con me. E non fu una stretta di mano ipocrita o di maniera. Luz fu sincero”. Bastano queste affermazioni, questi riconoscimenti a giustificare un’Olimpiade. E se è un’utopia, ben vengano e restino utopie del genere.

Le Olimpidi di Berlino sono quelle che costrinsero più volte Hitler ad abbandonare lo stadio, con un impeto di sdegno, per evitare di stringere la mano ad atleti neri o ebrei. 

Non si sa quanto ci sia di vero nel rifiuto di Hitler di incoronare l’atleta di pelle nera: è molto probabile che egli, per evitare di doversi complimentare con chi smentiva tanto clamorosamente la superiorità della razza, si fosse allontanato dallo stadio. Secondo History vs Hollywood, sito che mette a confronto il cinema con i fatti realmente accaduti, Hitler avrebbe lasciato lo stadio subito dopo la corsa dei 100m, che Owens vinse. La vicenda resta comunque dibattuta e una parte di stampa riporta che il dittatore si congratulò con Owens per la vittoria. Sappiamo che comunque l’atleta non fu mai formalmente invitato ad incontrare Hitler ma, come ha dichiarato lo stesso Owens, “Non sono stato invitato a stringere la mano ad Hitler, ma non sono stato neanche invitato alla Casa Bianca a stringere la mano al Presidente”

Goebbels certo diramò istruzioni perché non si facesse troppo chiasso sulle vittorie di Owens. Molto chiasso lo fecero però i tedeschi sugli spalti, conquistati dalla singolare, affascinante bellezza di una corsa di cui non avevano mai visto l’eguale.

Del ruolo di Gobbels e della collisione tra la stampa, il Reich e l’organizzazione dell’Olimpiade di Berlino, parla il romanzo “L’ultima estate di Berlino: Un’Olimpiade passata alla Storia”. Un romanzo di sport, passione e ferocia, scritto a quattro mani da Paolo Frusca e Federico Buffa e poi portato in teatro dallo stesso Storyteller di Sky.

Le Olimpiadi sono alle porte. Goebbels ha avuto ragione delle resistenze iniziali di Hitler e della sua Hitlerjugend e tutto è pronto per lasciare il resto del mondo a bocca aperta davanti alla potenza e alla maestosità del Reich. Ai vertici della complessa e ambiziosa organizzazione dell’evento c’è un uomo, anzi un soldato: Wolfgang Früstner. A poche settimane dalla cerimonia inaugurale, però, un giornale denuncia le sue origini ebraiche e l’immediata conseguenza è la destituzione dall’incarico.  A Berlino accorrono giornalisti da ogni parte del mondo e le telecamere fortemente volute dal Führer e da Leni Riefenstahl portano le Olimpiadi per la prima volta sul grande schermo. Grazie alla regista tedesca quelle Olimpiadi segnarono il passo per tutti gli eventi sportivi da lì in poi.

La carriera di Owens si chiuse molto presto. Giungevano ogni tanto notizie che lasciavano un po’ l’amaro in bocca, di Owens che, passato professionista e caduto in mano di gente poco scrupolosa, si era messo a gareggiare contro un cavallo, contro un levriero e persino dietro motori. Ma gli sportivi preferiscono fermare il ricordo al giovanotto felice e sorridente che, dopo le Olimpiadi di Berlino, sfilò per le vie di Broadway tra una folla acclamante, mentre dai grattacieli pioveva una pioggia di carta e di fiori. E lo ritrovarono, a distanza di vent’anni, alle Olimpiadi di Melbourne, dove era venuto, come verrà ancora a Roma, per ritrovare il clima della sua giovinezza e la passione delle indimenticate contese.

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